giovedì 22 marzo 2012

VIOLA PROFUMO DI PRIMAVERA






"Viola (...) è nome di un colore e di un genere di fiori, è nome di donna e di strumenti musicali. Si chiama viola, in effetti, anche uno strumento musicale a corda dal suono delicato, composto, velato, non esente da sfumature di profondità e persino di mestizia. Viola è, per tale via, cromatismo visivo e anche sonoro che si carica dei valori estetici, della grazia, del potere sentimentale e seduttivo che la musica ha in sé. (…) ( pag. 233)

Fra le associazioni floreali evocate dal colore viola, occupa un posto di primo piano quella con il fiore omonimo. La violetta ha colpito l'immaginazione umana per il suo aspetto minimalista e contemporaneamente per il suo profumo (…) questo fiore divenne allegoria frequente della modestia, intesa non come impoverimento, ma come atteggiamento di discrezione e di riserbo che non ostenta le proprie caratteristiche, peraltro salienti, di grazia e delicatezza.
Per la modestia del suo colore unita all'intensità del suo profumo, la viola è stata associata alla seduzione. (pag. 227)”  
(C. Widmann, “Il simbolismo dei colori”, Ed. Scientifiche Magi, Roma, 2000)



Verner Panton, Sitting Wheel, 1974



In Italia per colore VIOLA si intendono, con spesso gran confusione, un po' tutti i colori extraspettrali, le cosiddette porpore. Si possono distinguere porpore più o meno blu (in questo gruppo troviamo il viola), quelle più o meno rosse (fa parte di questa categoria il magenta) e il porpora “mediano” (porpora o fucsia). Il violetto appartiene invece allo spettro della luce solare.


Essendo una mescolanza di rosso e di blu, il viola (chiamandolo semplicemente così) tiene in sé alcune delle proprietà di entrambi i colori; è’ fusione degli opposti. Secondo M. Lùscher nel viola il blu trova appagamento nel rosso e viceversa; insieme, blu e rosso, conducono all'unità, ad una sorta di “identificazione”, di unione mistica, intima.


 


Sicuramente in tutte le sue declinazioni, il colore viola è profondamente legato ai sensi.
Secondo J. Tornquist (“Colore e Luce”, Istituto del Colore, MI, 1999) il viola ha un carattere malinconico, discorde, debole, molle, profondo, pomposo, mistico, silenzioso, mentre il porpora ha un carattere dignitoso, regale, fiero, fastoso, dominante (pag. 221, fenomeni sinestetici).
L. Luzzatto e R. Pompas (“Il colore persuasivo”, Il Castello, MI, 2001) associano il viola, in un rapporto di sinestesia, all'udito, olfatto, gusto, tatto e spazialità con le seguenti corrispondenze: vibrante, inebriante, dolciastro, vellutato, sinuoso (pag. 83).





SIMBOLI
Viola opposti: duplicità e complessità. Magia, occultismo, esoterismo. Viola archetipo dell'androgino. Simbolo della ricerca, trasformazione, sperimentazione. Viola seduzione; cosmesi, femminile; sensibilità, partecipazione all'altro.  Viola come oscutità: crepuscolo, lutto, quaresima; passione di Cristo. Porpora: sovranità degli imperatori e cardinali; lusso; potenza. Giacinto: dimensioni celesti. Lilla: misura e moderazione.





CIBO
Alimenti come prugne, frutti di bosco, melanzane, uva.



REAZIONI PSICOFISIOLOGICHE
Il viola dalla tonalità scura ci rende passivi e depressi; non viene scaricata l'emotività e diviene difficile l'attività fisica. Nella tonalità chiara è il colore della meditazione, dello studio mentale, della spiritualità.




Violetta, primo fiore di marzo a spuntare nel prato; così piccola eppure così evidente, con le sue sfumature dense e forti, il suo profumo intenso quanto lo stesso colore. Mi ricorda l'infanzia, quando ogni giorno andavo a scuola a piedi, accompagnata da mia madre e al ritorno, durante la primavera, col sole sulle spalle, ci fermavamo a raccogliere le violette, per portarle a casa e disporle in un bel vaso da sistemare sul tavolo. Sento ancora quel calore, quel profumo che amavo ritrovare e rinnovare ogni nuova primavera, quelle dita di bambina che non riuscivano mai a contenere tutte le violette. La voce di mia madre e il suo sorriso...
I colori ti conducono nelle parti più nascoste e intime della tua storia di uomo, di donna, di essere umano.


martedì 13 marzo 2012

ABITARE IL SOFFITTO

Rooftop-lights by LIGHTBOYS


Lo sguardo vaga, irrequieto. Si sofferma sui dettagli della libreria che mostra libri letti, non letti , da leggere, da annusare, sfogliare, ristudiare; sul tavolino che dovrebbe essere spolverato, ma in questo momento proprio...; sulla luce che entra dalla finestra e gioca creando riflessi strani che vanno a ridisegnare parete e pavimento; sul gatto che dorme pacificamente, soffice e sereno. Poi termina il suo vagare e si blocca là, nella pura contemplazione che quest'attimo di ozio cerca e desidera, sul soffitto...



Soffitto luminoso sospeso. DIPLINE


Area spesso dimenticata, una sorta di “vuoto a perdere”, il soffitto sopra le nostre teste è in realtà uno spazio identificabile, ricco di evocatività, simbologie. E' l'alto sopra di noi, il cielo, il trascendente, il “sacro”, lo spirituale. Troppo basso nelle abitazioni alle quali ormai da tempo siamo abituati, con un minimo da rispettare di 2,70 metri, che diviene la norma comune. Per quanto percettivamente lo si possa cogliere come elemento claustrofobico, resta comunque il fatto che questo spazio protettivo come un guscio, sia collocato in alto. E' un privato cielo dove vorremmo osservare stelle e luci che non conosciamo, dove ci piace vedere la luce colorata di apparecchi sospesi che danno l'illusione di avere in casa la luna, o il sole, o cascate di riflessi e gibigiane. Ci può condurre altrove, se non percepito come anonimo, assente, come “buco”, come ossessionante lastra che pesa sulle nostre menti.

Rooftop-lights by LIGHTBOYS. Pannello luminoso da soffitto

La consapevolezza del soffitto come “luogo”, se di per sé è un concetto da non sottovalutare in ambito domestico, diviene motivo di vera e propria “coscienza progettuale” in altre situazioni, dove l'area alta dello spazio interno viene guardata, osservata, distinta, percepita nella sua totalità, per un tempo esteso e non per scelta. Parliamo di luoghi di cura e degenza, di camere di ospedale dove i malati trascorrono ore nel proprio letto, costretti spesso a dover fissare il soffitto, senza poter fare altro. L'ambiente, che sappiamo influenza e interagisce con l'uomo, non dovrebbe essere un mero contenitore, una scatola geometrica da trattare in modo “pratico” e funzionale, ma un luogo progettato in ogni suo più piccolo particolare. Forse iniziare a pensare a soffitti colorati, evocativi, che regalino sogni e lascino riposare più serenamente, non sarebbe che un inizio, ma sicuramente porterebbe delle migliorie nelle camere spesso monocolore e tristi di alcuni ospedali.



Sofitti tesi luminosi. SAROS DESIGN



Tutt'altro discorso è l'utilizzo di colori e luci sui soffitti in aree pubbliche con differenti destinazioni d'uso (spazi per il relax, SPA, aree ludiche, strutture ricettive, luoghi di ristoro, ristoranti, show-room, etc). I progetti esistenti si evidenziano per fantasia e creatività nel progettare atmosfere derivanti da svariati concept.


BARRISOL LUMIERE COLOR

Collegarsi al “mondo alto”, all'ignoto, all'altrove da sempre è stato motivo di curiosità, di stimolo, di studio per l'uomo, così come è stato espressione del bisogno innato di trascendere, di elevarsi, di sentirsi spiritualmente in sintonia con “qualcosa”. Del resto la storia e l'architettura insegnano...

Saint-Chapelle Parigi. Metà sec. XIII

 

Rooftop-lights by LIGHTBOYS.




...Mentre lo sguardo vaga e si sposta là, sul soffitto, ad osservare bagliori e colori che l'istinto, l'inconscio, riconosce come facenti parte della storia umana, della vita... d'un tratto si placa, si ferma, si rasserena. Ha trovato il suo posto. Ha trovato la quiete. Sta osservando l'infinito.



Soffitti luminosi. USG

Soffitti luminosi. BARRISOL lastre e telo.

lunedì 20 febbraio 2012

COLORI d'artista

Cristina Cosentino. Parrot 4







Vorrei presentare - permettetemi di fare questa parentesi - due donne, due amiche, che  attraverso le loro opere artistiche sanno ricreare mondi fantastici, poetici e polisensoriali.

Nelle loro opere vi è passione, estro, gusto raffinato, ricerca e amore per il dettaglio.

Cristina Cosentino è una fotografa che attraverso l'osservazione della natura e del colore, riesce a dare l'illusione che la materia si dissolva quasi nel rievocare immagini astratte ricche di sensazioni ed emozioni.



     
Cristina Cosentino. Butterfly 4         





Cristina Cosentino. Perle e velluto giallo e rosso 1






Cristina Cosentino. Perle e velluto indaco 2





Marta Barbieri, con i suoi quadri, cornici, sassi decorati, ci riporta in un mondo onirico di fantasia, simboli e iconografie.

Marta Barbieri




Marta Barbieri





Marta Barbieri


Anche così il colore può "parlare", "raccontarsi" e "raccontare".






giovedì 2 febbraio 2012

RIFLESSIONI A COLORI

Chiaro-scuri. Ombre. Vedere e non vedere. Volumi che percepiamo perchè solo attraverso la luce e l'ombra possiamo percepire. La vita è costruita sulle sfumature, ma anche sull'essenza pura della dualità (giorno e notte, nero e bianco). E' apparire, celare, svelare. Attraverso l'intangibile forza che emana il riflesso, inesistente eppure vivo, scopriamo scenari, immagini, mondi e in essi ci perdiamo. Ci chiediamo allora: "E' reale? questa forma proiettata sulla strada, è reale?". Si, lo sappiamo, l'esperienza insegna (direbbe forse Winnicott?), ma che importa? Inseguiamo sogni, ne abbiamo bisogno.



Materie che si sgretolano, che invecchiamo, che mutano, che si modificano. Il passaggio del tempo, che per noi occidentali diviene una sorta di paura e che dobbiamo a tutti i costi frenare, sconfiggere, in realtà sottolinea con lentezza filosofica un messaggio positivo: appropriarsi del proprio tempo è fondamentale, così come viverlo al pieno, poichè poi tutto finisce. C'è una bellezza raffinata nella materia che invecchia, un gusto diverso, un sapore unico. Un equilibrio blu/giallo che invita alla calma, alla serenità.



Mi osservo riflettere e rifletto. Sono il rosso del vetro che rimanda la mia immagine? Sono energia, passione, forza, decisione, lotta,? Sono amore, vita? O potenza, crudeltà, azione e cupidigia?  Immersa nel rosso mi lascio coinvolgere e sento quasi caldo, anche se poi mi guardo e non mi vedo; mi osservo e non ci sono, lì in quel momento, che so essere mio, eppure non mi appartiene, perchè è in un altrove che non conosco ancora.











Come può una materia così antica, che ci rassicura come una madre buona, ci dà calore rievocando il senso della casa, dell'abitare, del focolare, diventare fluida e sinuosa? Il marrone, solido, materico, fatto di terra, di cibo, restituzione del corpo, si astrae e si fa evanescente, acquoso. Un danzatore dalle sfumature aranciate. Un pesce che guizza; un cavalluccio marino che scende, in picchiata, verso l'infinito.  













Sfondi e figure. Margini che ci danno la possibilità di intuire forme. Disegni che si nascondono, fino a quando poi la mente non li coglie. Contrasti che riaccendono dimensioni. Nel gioco del percepire chi o cosa, un grigio sabbioso si fa interessante e si priva della solita connotazione di colore monotono e triste.
Materia e colore, colore e luce, collaborano nella creazione di un quadro che potremmo intitolare banalmente "profili". Nulla c'è però di banale in questa spiaggia ricca di dettagli e meraviglie tutte da scoprire. Basta osservare, ascoltare, avere pazienza.





lunedì 30 gennaio 2012

Cibarsi di colore

Ambiente solare





Il colore, che ormai sappiamo essere una sensazione che si forma nel nostro cervello, non appartiene in effetti agli oggetti, non è una caratteristica “reale” di ciò che vediamo; è un risultato di interazioni diverse, tra luce, materia, occhio che “guarda” e rielaborazioni a livello cerebrale. Esso comporta comunque anche una percezione soggettiva e culturale, per cui ciò che “vediamo” viene interpretato e vissuto attraverso l'esperienza, sia  personale, che proveniente da un “inconscio collettivo” di Junghiana memoria (e del resto anche lo psicologo Max Luscher ci riporta nel suo esame dei colori a primitive sensazioni umane, archetipiche e di matrice biologica).
Attraverso il colore possiamo identificare con maggior sicurezza forme, aspetti tattili, odori, sapori, anche suoni, in un continuo rapporto sinestetico, tanto da essere a volte condizionati (e qui insiste l'aspetto soggettivo, costituito anche di aspettative ed emozioni) e preferire, scegliere, scartare, odiare qualcosa rispetto ad altro.
Confrontando gli studi delle neuroscienze, inoltre, sappiamo che  luci selettivate di alta, bassa o media frequenza (all'interno dello spettro visibile dei colori) influiscono sul nostro organismo e concorrono ad attivare l'ipotalamo, l'epifisi, l'ipofisi e quindi il Sistema Nervoso Autonomo (Parasimpatico e Simpatico).
L'essere umano, in quanto soma e psiche, dal primo momento in cui ha percepito il colore ne è stato costantemente influenzato. Senza il colore non avrebbe perpetuato la specie: non si sarebbe difeso, non si sarebbe cibato, non avrebbe scelto sessualmente il compagno/la compagna...Vediamo a colori perché così è più facile sopravvivere.

Ambiente vivace


 
Molto si è detto e scritto sul rapporto tra colore e cibo, intendendo per “cibo” sia l'alimento in sé e il sistema “alimentazione”, che l'apparato scenico attorno all'argomento (architettura, ambiente, food-design, product-design).
Sono stati analizzati micro e macrocosmi dal punto di vista biologico, fisiologico, fisico, psicologico, percettivo, culturale, storico, sociale, simbolico e neuroscientifico (per esempio: sensazioni di Fame e Sete vengono provocate e regolate dall'ipotalamo. Sempre l'ipotalamo, nei due centri della fame e della sazietà, regola inoltre l'assunzione di cibo. La luce selettivata da alta frequenza - attorno al blu - attiva maggiormente il SNA parasimpatico, evocando la sensazione di fame; la luce selettivata a bassa frequenza - attorno al rosso -, attiva maggiormente il SNA simpatico, evocando invece sazietà.).

Natural style

 

Paola Bressan ci da una significativa spiegazione di come del resto i colori e il cibo siano in stretta connessione e "ci appartengano" fisicamente e fisiologicamente: "L'area della retina (superficie che ricopre interamente il fondo dell'occhio, n.d.a.) in cui si trova la fovea (regione situata in corrispondenza del fuoco del cristallino, n.d.a.) è gialla perché contiene carotenoidi, pigmenti antiossidanti di cui è stato abbondantemente documentato il ruolo protettivo. Probabilmente questi pigmenti hanno la funzione di filtrare le lunghezze d'onda non-spettrali vicine al blu, che non contribuiscono alla visione e hanno un contenuto di energia pericolosamente alto. Gli occhi di tutti i vertebrati diurni contengono filtri gialli; nel nostro la stessa funzione è svolta anche dal cristallino, che comincia a ingiallire ancor prima della nascita e diventa progressivamente più giallo nel tempo. L'eliminazione dei carotenoidi dalla dieta è accompagnata dalla scomparsa della pigmentazione gialla nella zona centrale della retina, e causa una degenerazione dei fotorecettori che può condurre a disturbi visivi anche molto gravi. Questi importanti carotenoidi, che non dovrebbero mancare nell'alimentazione quotidiana, sono presenti soprattutto nel tuorlo d'uovo, nelle arance, negli spinaci e in tutte le verdure a foglia di colore verde scuro.(...)” P. Bressan, “Il colore della luna”, Ed. Laterza, Roma-Bari, 2007, pag. 38)
 


Recenti ricerche hanno posto l'attenzione sulla percezione del colore e l'assunzione del cibo: in Svizzera un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Psicologia dell'Ateneo di Basilea, guidati da Oliver Genschow  e da Leonie Reutner, ha  effettuato degli studi sugli effetti emotivi del rosso, dai quali è emerso che piatti, bicchieri, posate, tovaglie e tovaglioli colorati di rosso possono ridurre l'assunzione di cibo. Secondo i ricercatori tale colore produce una sorta di allarme nel cervello, che sopprime il senso di fame. Essendo un colore usato per i segnali collegati ai “divieti”, il rosso diventerebbe cioè una sorta di freno alla fame e all'assunzione del cibo.


 
Al di là di sperimentazioni e ricerche, possiamo sicuramente affermare che il “nutrirsi”, azione non solo fisiologica/biologica e sociale/culturale, è un atto altamente polisensoriale e perciò collegato alla vista. Inoltre cibo ed oggetti ad esso connessi subiscono il fascino dell'evocazione simbolica del colore, del mito  e della ritualità.
  

Apparecchiare una tavola, bere la propria tisana in una data tazza, sorseggiare del vino, scegliere piatti e posate, condividere con altri il momento del pranzo o della cena, creare una merenda...diventano situazioni di identificazione con l'oggetto, con l'atmosfera, con il luogo. Attraverso l'utilizzo del colore ci si appropria di un'identità, si lanciano messaggi, si mettono in evidenza caratteristiche di sé e dell'ambiente vissuto, allo scopo anche di esternare il desiderio di  personalizzazione, che rende diversi, unici.



Allora la propria tazza è forse rossa, come una ciliegia matura, perché in questo preciso momento c'è bisogno di un calore diverso, di una forza da riscoprire. La tavola per la cena con gli amici X e Y, diventa un richiamo ai toni naturali della canapa, del lino (o del caffè, cappuccino e panna), un po' trend e un po' natural-design, perché loro rientrano in questo scenario. Mentre per K e J la tavola dev'essere un'esplosione di colore, poiché la loro vivacità ben si adatta ad un'atmosfera così gioiosa...

venerdì 13 gennaio 2012

MIMETISMO in natura

Art Wolfe, Mimetismo












Il nostro sistema visivo ci fornisce una immagine colorata di ciò che stiamo osservando; questa è una nostra caratteristica biologica, utile per la sopravvivenza. (Difesa, orientamento, riproduzione, etc.)
Uno dei fenomeni presenti in natura, collegato alla sopravvivenza della specie è il MIMETISMO. 

Art Wolfe, "Ghepardo"





  
"Lo gnu, una specie di antilope africana, non ha sensazioni cromatiche o, per lo meno, le ha così parziali e limitate, da poter azzardare che la sua visione sia paragonabile al bianco e nero (ovviamente con tutta la scala di grigi in mezzo). Se così non fosse, i grandi felini, suoi predatori, rischierebbero di morire di fame. La predazione è tanto più facile, come si sa, quanto più è ridotta la distanza tra la preda e il predatore. Il predatore ha due vantaggi. Il primo è senz'altro l'impossibilità della preda di vedere differenze cromatiche tra lo sfondo e il predatore, il secondo vantaggio di quest'ultimo è che la sua livrea di solito è più scura sulla schiena e più chiara nella parte ventrale. La luce, schiarisce la schiena. Non arrivando ad illuminare la parte bassa del corpo, annulla l'ombra che tradirebbe il felino rendendone visibile il volume." (Giulio Bertagna, Aldo Bottoli, "Perception Design", Maggioli Editore, 2009, cit. pag.92)
Fin dai primi anni novanta dell'Ottocento, anche l'artista americano Abbott Handerson Thayer, si interessò al “mimetismo”, fornendo una spiegazione al fenomeno della cosiddetta contrombreggiatura, basata sulle proprietà ottiche della luce e delle ombre. Gli animali, secondo il pittore, sono naturalmente più scuri nelle parti più illuminate e più chiari in quelle nascoste alla luce e, come già detto nella citazione di Bertagna e Bottoli, la luce del sole schiarisce il manto scuro, annullando l'ombra. Per Thayer l'inganno visivo ottenuto dalla contrombreggiatura, aveva lo scopo di rendere l'animale più o meno invisibile nell'ambiente naturale. Tale studio portò l'artista a consigliare all'esercito degli Stati Uniti (guerra ispano-americana 1898) di sfruttare l'effetto mimetico, ma non venne ascoltato. Solo nel 1917 gli inglesi applicarono le idee di Thayer, introducendo così le prime uniformi mimetiche.


Art Wolfe, "Raganella marmorata sudamericana"
















I colori mimetici, criptici, che negano essenzialmente una segnalazione, possono essere procriptici o anticriptici. I primi, tipici per esempio della cavalletta verde, servono a difendersi (adattamento procriptico), perciò a “non farsi vedere” da altri animali per paura di essere catturati. I secondi, per esempio della mantide verde, hanno invece l'obiettivo di “nascondersi” (adattamento anticriptico) per attaccare e cibarsi.
Mimetizzandosi, non si esiste. Perciò, confondendosi col contesto, o si riesce a catturare la preda (cibo), o ci si difende dai predatori. Vita e morte, continuità e sopravvivenza della specie.



Sull'argomento vorrei segnalare il libro di Art Wolfe, fotografo naturalista, con testi di Barbara Sleeper zoologa e psicologa, dal titolo “Mimetismo”, edito da Equatore, Mi, 2006, da cui ho tratto le foto di questo articolo.
L'ho trovato estremamente “artistico” ed emozionante.