giovedì 7 maggio 2015

I colori di Londra





















Londra già raccontata, da tanti, da troppi...che dovrei dire io? Fare un'analisi critica ed accurata dei colori di architetture, arredi, paesaggi, luci, materie, spazi? Lanciarmi in disamine sulla percezione e sull'utilizzo di tinte identitarie e di tradizione? O innovative? Parlare di contesti, ambienti, del rosso Routemaster, della magia dei luoghi, della pecora Shirley?


Mi sento piccola di fronte a tutto questo. Non piccola in senso fisico, come quando ho guardato dal basso verso l'alto (inevitabilmente...) il "cetriolino" di N. Foster e il Lloyd building di R. Rogers, ma minuscola nel mio non sapere come affrontare una storia così bella e così piena di significati. 

Perchè camminare annusando l'aria fresca, nelle vie di Covent Garden, incontrando multicolori scorci e piccoli angoli dove le persone si siedono, si ritrovano, leggono, mangiano qualcosa, si godono il sole, è già poesia...ed io non sono un poeta! 


Covent Garden





















Nè mi sembra possibile riuscire a comunicare l'allegra sensazione di leggerezza che mi ha colto tra i vari banchi del mercato di Notting Hill, assaggiando un frutto, ascoltando voci, guardando oggetti, in totale abbandono polisensoriale.























Colori? Basta osservare attorno a sè i prospetti degli edifici, i particolari, le porte, o il paesaggio naturale, per ritrovare un equilibrio cromatico, per ri-conoscere la città, per assaporarne la storia.





















Londra è una storia di materie, di incontri tra il vecchio e il nuovo che condividono attimi, che confidano nel rapporto tra misure e cromatismi. Nulla lascia insofferenti e nulla è lì per caso.



















Dovrei davvero, da architetto, parlare di interventi, di R. Piano, di N. Foster, di utilizzo di materiali e tecniche? Buttarmi su temi come l'urbanizzazione, la conservazione, il dialogo tra tradizione e modernità? E' questo che ci si aspetta da un architetto?

Io a Londra ho respirato i luoghi. Mi sono lasciata andare all'osservazione della gente, al modo di vivere e utilizzare gli spazi urbani. Ho assaporato i dettagli culturali, artistici, la cura e il rispetto della stessa città, che in ogni dove si possono trovare.
Mi sono seduta sui gradini in piazza, dopo aver visitato la National Gallery, col sogno negli occhi che ricordavano un Vermeer o un Van Gogh. Ho scherzato con il venditore di hot dogs che indicava ridendo a noi turisti l'appartamento con la porta blu, dove hanno girato il film Notting Hill. Ho assaggiato un delizioso muffin al mirtillo. Mi sono sdraiata sull'erba ad Hyde Park. Ho cercato di non perdere ogni colore visibile, sulle vetrine, nelle vetrine, negli intonaci, infissi, arredi urbani, pavimentazioni...
No, certo, non ho visto molto, non ho visitato tutto, non so come possano essere le periferie...Ma qualcosa l'ho notato, mi è rimasto, mi ha entusiasmato. 
Ho portato con me suggestioni ed emozioni, come capita, dopotutto, ogni volta si viaggia, si esce, si va, ci si avvicina ad "altro".  



















L'architettura non è un edificio. E' un mondo fatto di persone, prima di tutto, di sensi che rielaborano, di immagini e filosofie; è un fatto culturale. E' l'espressione di qualcosa, che non può limitarsi ad un microcosmo, ma che si estende e si espande verso l'esterno, avvinghiandosi a concetti e realtà propri di altri mondi. E' un' entità in movimento, in evoluzione. Dovrebbe partire dai bisogni, dovrebbe farsi carico dei bisogni. Entrare in sintonia con il paesaggio e chi lo vive. lo abita.
Come il viaggio...
No, non posso davvero raccontare Londra, come molti miei bravi colleghi saprebbero fare. Io l'ho vissuta. Ho costruito così il mio viaggio, la mia storia.

martedì 17 marzo 2015

Una palette colore per l'arte

Quadro Luigi Giulio, opera floreale Elisabetta Ferazza, schema cromatico Cristina Polli


Nell'evento del 2014 a cui hanno partecipato l'artista Giulio Luigi e la flower designer Ferazza Elisabetta (vedi post), ho cercato di reinterpretare l'opera d'arte attraverso l'utilizzo del sistema NCS o Natural Color System.
L'osservazione del quadro, come di una qualsiasi altra immagine (un oggetto, uno scenario, un paesaggio, un edificio...), può essere tradotta in uno schema cromatico, che riassume, delinea, identifica, coordina ed ordina i colori presenti nell'opera. 
L'operazione di notifica, che progettualmente è utile al fine soprattutto comunicativo (non appoggiandosi più ad un naming casuale ed imperfetto, possiamo identificare e chiamare i colori con codici precisi), in questo caso diventa un nuovo linguaggio per raccontare l'arte.

 

 













Le diverse tinte, i colori, vengono estrapolati e poi rappresentati in una composizione che tiene conto di vari parametri:

chiarezza del colore
tinta
saturazione
quantità colore presente
contrasto, figura/sfondo
 

Per poter analizzare i colori presenti nel quadro, valutandone le differenze di tinta, saturazione e chiarezza e quindi scegliere i corrispettivi secondo il sistema NCS, ho usato il metodo dell'isolatore comparatore. Viene cioè posizionato sopra la tela un cartoncino con due fori quadrati, in modo che in uno dei due fori risulti il colore da campionare e nell'altro il colore di confronto NCS. 
Il colore da valutare viene cioè isolato dal contesto, per evitare che si verifichino sovrapposizioni simulatenee, letture percettive del colore modificate, ombre colorate etc.  Si effettua una scelta quando si perviene alla somiglianza percettiva tra i due colori.
Il colore identificato risulta comunque essere apparente.


Apparente. E' il colore che vediamo. Varia in tinta, chiarezza e saturazione, a seconda della distanza dell'osservatore, dalle condizioni di illuminazione, dalla temperatura della luce, dal contrasto con lo sfondo, dal colore includente o accostato...etc.








 








Una sconda ipotesi, se si volesse ricreare il colore intrinseco (colore la cui identificazione avviene mediante strumenti di rilievo colorimetrico), è misurare tinte e colori dell'opera attraverso uno strumento appropriato (colorimetro...).









 

giovedì 26 febbraio 2015

PUNTI DI VISTA



Cosa vediamo? Cosa guardiamo? Cosa osserviamo? Cosa percepiamo? 
Mentre siamo seduti alla nostra scrivania in ufficio, mentre siamo in un letto d'ospedale nella camera di degenza, mentre lavoriamo ad una postazione... Di fronte a noi cosa c'è? Bellissimo se ci fosse una finestra vista lago, montagna, mare...o tetti antichi con gatti che si rincorrono e raggi di sole che giocano sui coppi. O la visione di una città che si apre a noi, nell'arte e nella cultura.
Spesso, però, di fronte a noi c'è una semplice parete. Liscia, monotona, di un unico colore, magari con qualche quadro appeso, un po' triste, un po' anonimo. Un monitor video. Una foto...

"La nostra percezione si basa essenzialmente sulla rilevazione delle differenze e di mutamenti. L'osservazione prolungata di una parete bianca illuminata in maniera uniforme e costante è faticosa e tende a farci deconcentrare. I nostri occhi, così come gli altri sensi, sono alla ricerca di contrasti e differenze. (...) Una scena uniforme finisce per non comunicare niente perché non c'è niente da segnalare." ( E. Boncinelli, "la vita della nostra mente", Ed. Laterza, Roma-Bari, 2011, pag. 96)

Ebbene si. La monotonia, l'uniformità, non ci aiutano. Abbiamo bisogno di policromia.
I contrasti di luminosità e saturazione, nonché di tonalità, rendono gli ambienti più dinamici, non monotoni, più ricchi di informazioni e quindi vicini al bisogno di differenze che il nostro cervello in automatico ricerca anche per rilassarsi.

 
Studio per progetto pilota Ospedale La Carità di Locarno. Arch. C. Polli - designer M. Pastore

Punti di vista, certo, ma le neuroscienze ci vengono in aiuto per supportare tali concetti e trovo sconcertante che ancora ci sia poca informazione e poca coscienza nell'affrontare progetti destinati agli spazi pubblici, dove l'uomo coi propri bisogni dovrebbe essere messo al centro di ogni fase progettuale. 
Ancora si fa fatica (questioni economiche, di sensibilità, di struttura mentale...) a far capire che un progetto cromatico percettivo può diventare uno strumento basilare per rispondere alle diverse e molteplici esigenze dell'uomo negli spazi di vita, di lavoro, di educazione e di cura.

Punti di vista, d'accordo, ma il malato che "deve" guardare la parete davanti a sè forse preferirebbe lasciare vagare lo sguardo su elementi cromatici differenziati, per perdersi, rilassarsi, concedersi un respiro, un sogno. Forse "staccare" dal computer, dai fogli sulla propria scrivania, alzare la testa e trovare di fronte segni e colori che possano per un momento far cambiare prospettiva, sarebbe d'ausilio anche alla creatività.

Credo sia importante, sempre nella vita, osservare il tutto da diversi punti di vista, senza costringersi ad un' unica modalità, ad una sola direzione, alla regoletta stereotipata.
Allargare vedute e sguardi, mettendosi nella situazione di provare, sperimentare, capire, innovare, procedendo per fasi e verifiche, è una possibile strada verso il progetto.

Il colore stesso è sperimentazione. E' luogo, è tempo, è spazio. E' segno. E' informazione.


Studio Piano di Tinta Sistema NCS per Ospedale. arch. C. Polli




 



 

venerdì 30 gennaio 2015

Il colore e il Piano dell'Arredo Urbano




“Il modo di migliorarci, è quello di migliorare la nostra città” (J. Hillman)


Programmare linee di progetto per un piano dell'arredo urbano non significa limitarsi a proporre soluzioni riguardanti manufatti ad inserire, sostituire o mantenere nel territorio; non è un'operazione fine a se stessa, sterile, poco costruttiva e non rispondente ai reali bisogni della città.

Attraverso il piano dell'arredo, che diventa reale e concreto progetto d'intenti, si cerca di partecipare allo sviluppo culturale, identitario, sociale e produttivo del territorio stesso.

Non si pretende certo di risolvere problemi, ma di dare un contributo valido per future considerazioni sia di carattere progettuale, che economico/sociale.

La scelta di COSA inserire e DOVE, dovrebbe partire da un approccio percettivo (non solo ed esclusivamente storico/filologico, o funzionale/ergonomico), ecologico, culturale, antropologico e di approfondimento analitico, dove l'attenzione nei confronti dei luoghi abitati diviene un "valore aggiunto" che permette di agire sul territorio favorendo i bisogni di un'utenza allargata: cittadini, operatori, soggetti economici, visitatori.

Il piano dell'arredo urbano è, a tutti gli effetti, un progetto di VISIBILITA'. Ogni elemento, inserito all'interno di gerarchie percettive (tra vari elementi e/o con l'architettura), ha valore

identitario e fornisce significati alla città, al contesto, senza velleitarie intenzioni progettuali.

Come direbbe James Hillman: “La città chiede di essere scoperta per nuove percezioni, non per nuove forme di progettazione”.

Pur seguendo delle “norme” (normative), inoltre, il piano non dovrebbe scadere nella banalità (normalità), in quanto assicurarsi che ci sia un sacrosanto rispetto delle regole, non significa rendere tutto appiattito e senza stimoli.

Colori, materiali, forme, luci, elementi naturali, segnaletica, arredo urbano, partecipano alla lettura dell'ambiente esterno e devono rientrare in una progettazione programmatica che rifletta su un duplice obiettivo: recuperare un patrimonio storico che dev'essere tutelato/conservato e valorizzare gli spazi urbani per migliorare la qualità della vita.

L'utilizzo della componente cromatica diviene mezzo e strumento per una riappropriazione del territorio, vissuto e vivibile, da parte dell'uomo.




Panchna in metallo verde. L'analisi del colore permette anche di decidere se mantenere o cambiare l'aspetto percettivo globale del luogo. Verde su verde (confondo, mimetizzo) o magari rosso su verde (evidenzio)? Quali sono le relazioni umane con questo luogo e oggetto? Quali i comportamenti?
(arch. C. Polli, stesura Piano dell'Arredo Urbano per Baveno)












"(...) ieri, come oggi, ciò che più colpisce nell'esperienza visiva quotidiana è che essa si configura, a livello intuitivo, come un'esperienza prevalentemente cromatica. Nel nostro rapporto, diciamo, ingenuo con la realtà, l'atto di vedere riguarda di sicuro la forma, il movimento e la distanza, ma specialmente i colori. Vedere è, in primo luogo, vedere colori."
("I colori, tra reale e virtuale" di Tomàs Maldonado, in: "I colori della vita",
 Atti del Convegno, Torino 1995, Ed. La Stampa, TO, 1995, pag. 96)

L'impostazione metodologica e l'approccio analitico concernenti la stesura di un Piano dell'Arredo Urbano, spesso non tengono in considerazione la mappatura cromatica dello stato dell'arte dei luoghi. Per mappatura intendo un'approfondita verifica dei colori e delle tinte esistenti nell'area di progetto (con , siano essi propri dell'architettura e degli elementi di arredo, che del paesaggio tipico naturale.

La fase di analisi iniziale, invece, è basilare per le indicazioni progettuali finali, che dovranno necessariamente fornire uno schema cromatico appropriato allo spazio pubblico oggetto del Piano. 

In qualsiasi contesto urbano, in effetti, l'effetto globale è dato da singoli cromatismi che, come direbbe Gillo Dorfles, costituiscono il supporto della vita di relazione cittadina. Si pensi per esempio al rosso londinese tipico di bus, cabine telefoniche e cassette postali...

Per quanto riguarda la mappatura cromatica dei manufatti e del paseaggio naturale, può essere usata la comparazione percettiva visiva (decodifica del colore percepito, misurato come colore pseudo-intrinseco/apparente), con codici RAL e codici sistema NCS. 1

Intento dell'operazione è quello di costruire, mediante un abaco cromatico di analisi e uno di progetto, una banca dati da implementare nel tempo, che includa anche l'aspetto cromatico percettivo, spesso non considerato o sottovalutato.

L'uso del colore negli arredi è rilevante, in quanto incide sull'immagine di tutti gli ambiti spaziali della città, siano essi strade, piazze, architetture, etc. Come dice Francesca Cattaneo (in: a cura di Maurizio Rossi,“Colore e Colorimetria. Contributi disciplinari”, Quaderni di ottica e fotonica, Vol.VII/A, Maggioli Editore, S. di Romagna (RN), 2011):

“Il colore non risolve i problemi dei cittadini ma diviene un ingrediente di progetto molto importante ora che l'attenzione verso lo spazio pubblico ritorna ad essere al centro della qualità della vita”.

1Colore intrinseco. Colore la cui identificazione avviene mediante strumenti di rilievo colorimetrico.
Pseudo-intrinseco. Colore di una data superficie osservata in modo opportuno e con isolatori adeguati, da una distanza dai 30 ai 50 cm. (E' possibile comunque vedere solo colori apparenti, perciò viene definito pseudo-intrinseco).
Apparente. E' il colore che vediamo. Varia in tinta, chiarezza e saturazione, a seconda della distanza dell'osservatore, dalle condizioni di illuminazione, dalla temperatura della luce, dal contrasto con lo sfondo, dal colore includente o accostato...etc. Percepito. E' il colore soggettivo.



giovedì 20 novembre 2014

COLORE E TRASPARENZA


O.T. Blanca. fermata Toledo. Napoli


O dovrei dire "la trasparenza del colore".
Colore secondo alcune teorie, etimologicamente deriva anche dal latino celare, nascondere.
Diciamo che preferisco "giocare" sul profondo senso illusorio della visione, per cui anche la realtà che ci appare colorata è invece acromatica e che il colore, frutto della nostra percezione, diventa una sorta di pennellata gettata su di un mondo senza tinte. Forse cela comunque qualcosa...
La trasparenza mi affascina. Fa parte della nostra esperienza ancestrale, del nostro vivere biologico, fisiologico. Esiste in natura, è nell'aria, nell'acqua, nei cristalli, nelle foglie attraversate da un raggio di sole...










La trasparenza è una proprietà visiva riferita alla trasmissione della luce visibile. Interessa l'intero corpo del materiale.
● Le proprietà sono la nitidezza e la nebulosità.
● Se un corpo lascia intravedere un oggetto retrostante, senza distinguerne perfettamente i contorni, è detto translucido.
● Se non lascia vedere nulla, è opaco.




Kartell













I colori volume sono quelli della trasparenza, Ad essi appartengono quei colori che, facendo parte di uno spazio tridimensionale, lasciano intravedere altro. Questi colori sono percepibili in volumi reali, concreti, tangibili: solidi trasparenti, ghiaccio, cristallo...; ma anche in elementi fluidi, come i colori dei liquidi.
Secondo lo psicologo tedesco David Katz infatti, vi sono tre modi di apparenza dei colori: i colori SUPERFICIE (dell'oggetto), i colori FILMARI (della lontananza) e i colori VOLUME (della trasparenza), poi differenziati dai colori STRUTTURALI (dell'illuminante ambientale), dai colori LUCE (della sorgente luminosa) e dai colori RIFLESSO (colori indiretti).





 




Per Josef Albers la trasparenza, così come il colore in generale, subisce l'influenza degli aspetti illusori propri della percezione. In questo esempio tratto dal suo testo “Interazione del colore”, Il Saggiatore, MI, 2013, possiamo vedere una tavola dove sfondo scuro verso un centro chiaro (sintesi additiva) e fondo chiaro verso un centro scuro (sintesi sottrattiva) ci danno la sensazione di trasparenza, che non è reale, ma così come la miscelazione dei colori, è percepita, illusoria.





Superfici colorate, anche se opache (una parete dipinta, per esempio), possono generare la percezione di trasparenza. Affinché ciò accada due delle aree interessate dalla visione, devono avere una zona di sovrapposizione, colorata con un colore intermedio tra i due adiacenti.
In generale viene considerata trasparente la superficie più chiara.




Progettare un ambiente policromatico, con trasparenze, variazioni di luminanza, gradienti di tinta, salienza (J. Gibson) ci aiuta a leggere correttamente uno scenario, le forme e le distanze degli elementi che lo compongono. Inoltre contrasti di chiarezza, di saturazione e di tinta, ci servono per comprendere, distinguere elementi nello spazio, orientarci, dare giuste valutazioni sensoriali. Il tutto risponde ai nostri bisogni psicofisiologici.



Dale Chihuly

Nella trasparenza colgo il senso del sogno, dello smarrirsi in un nulla, nell'ignoto, senza però l'angoscia della perdita e lo sgomento che il nulla può dare. E' la sensazione dolce dell'immaginare, del lasciarsi andare leggermente a fantasiose scoperte.
Nello stesso tempo mi porta a riflettere sulla consistenza paradossale del trasparire, quell'essere e non essere in evidenza, che dice apertamente c'è qualcosa al di là, sotto, dietro, in fondo...e anche se non la vedi davvero, è proprio quella parte che diventa protagonista della storia, della scena.

Non siamo anche noi così? Lasciamo e non lasciamo trasaparire...Ciò che celiamo ha una sua luce invadente e meravigliosa, come i riflessi nell'acqua, i disegni sul muro, il sole che si tuffa nel mare.